Canelles Manuel
Nell’estate del 2012 mi trovavo in Alsazia. Ho scoperto questo spazio guidato dal racconto di una famiglia di origine ebraica. In questa fabbrica, apparsami come un gigantesco edificio in rovina, gli ebrei internati sotto il nazi-fascismo lavoravano fino alla morte. Nessuno sa più nulla di questo luogo. Il velo di oblio che è caduto su di esso annulla la certezza che esso sia realmente esistito. E’ ancor meno sicuro che sia questo il luogo di cui parlava il racconto. Dentro l’immenso spazio, il mio corpo si è sentito sempre più spinto verso i suoi vetri. Simili alle grandi vetrate di una cattedrale gotica, da cui la luce filtrava come emanazione divina, queste finestre risultavano a un tempo più avvicinabili e a portata di corpo. Come la loro prossimità si faceva più fisica, lo sguardo vi entrava più dentro. Se un “fuori” c’era, lo percepivo a frammenti: quasi fossero squarci di qualche vecchia albumina, o di paesaggi pittorici ottocenteschi qua e là ritagliati ed apposti. Nel frattempo, altra vita si manifestava nei vetri. Come raggi X della primissima ora, si dischiudevano altre forme della cui natura o intenzione, benigna o maligna, non mi è dato dire (l’eccezionale scoperta dei raggi X si deve ad un medico bavarese, che, in una notte del novembre 1895, si accorse che un foglio di carta su cui era stata scritta la lettera “A” con una soluzione di platino cianuro di bario brillava di luce, emessa da raggi invisibili provenienti da un tubo a vuoto; per lunghi anni, prima dell’invenzione di uno schermo al piombo introdotto come protezione, chi si esponeva a quei raggi pur utilizzati per scopi medici moriva ustionato o di cancro). Cosa ci fosse nei vetri stento tutt’ora a dirlo. Se fossero creature del passato che gettano la loro luce sul presente o il contrario. Frammenti di memoria dissepolta o schegge di un qualche futuro. Di tutto questo non sono sicuro. So che il mio occhio, il mio corpo, la mia esperienza psichica ne hanno registrato il balenare improvviso. Forse esistevano lì da sempre, o da un momento preciso in poi, forse non esistevano, forse esisteranno. E’ persino possibile che siano fra noi. Le ho viste ricomporsi per un qualche attimo in sequenze di tavole illuminate, da una qualche luce oppure da se stesse. Qui non so dire fossi un medico di due secoli fa, che stende le radiografie nel suo studio per analizzarle, o un collezionista di fronte alla stesa delle sue lastre fotografiche vitree. Di tutto questo è forse pericoloso parlare. So anche che, fino ad oggi, questo lavoro non l’avevo più riguardato. Non mi è dato sapere se adesso, nel 2020, questo edificio sia ancora in piedi.
Mi muovo in un territorio al confine fra video, fotografia, installazione e performance. La mia ricerca indaga la condizione provvisoria e ambigua della memoria e la precarietà dell’esistente. Questa pratica, spesso di natura partecipativa e relazionale, problematizza il confine tra realtà e rappresentazione e pone al centro della ricerca l’enigmaticità dello spazio e l’indefinitezza dei corpi che lo abitano. www.canelles.org